LA FINE DELLA STRADA
07 10 2026

LA FINE DELLA STRADA

Il viaggio di Enrico Monari non si è fermato a Capo Nord. Dopo 4.711 chilometri e 62 giorni di strada, l’arrivo al celebre globo di Nordkapp ha segnato un traguardo importante, ma la sua avventura non era ancora terminata. Da lì Enrico è ripartito insieme a Roberta, aggiungendo altri 1.200 chilometri a un’esperienza che ci ha raccontato con emozione.

Tra tutti i momenti vissuti, ce n’è uno che Enrico ricorda con un’intensità particolare: la fine della strada, alle Isole Lofoten.

Dopo quasi 6.000 chilometri complessivi percorsi in bicicletta, il momento più difficile da accettare non è stato una salita, una giornata di pioggia o uno dei tanti imprevisti affrontati lungo il percorso. È stato rendersi conto che il viaggio era davvero arrivato alla fine. Il giorno successivo avrebbe preso la nave per Bodø e, da lì, l’aereo per tornare in Italia.

«È stata una pugnalata nel cuore. Quando ci ripenso mi vengono ancora le lacrime. Arrivare a Capo Nord è stato bellissimo, ma arrivare alla fine della strada, dopo tutti quei chilometri, è stata un’emozione unica e intensa.»

Alla partenza Enrico immaginava di raccontare il viaggio sui social solo attraverso qualche fotografia e pochi aggiornamenti. Poi, vedendo crescere l’interesse intorno alla sua avventura, ha iniziato a condividere con maggiore continuità ciò che stava vivendo, fino a raggiungere circa 11.000 follower in Italia e all’estero.

Alcuni di loro hanno iniziato a seguirlo proprio dopo averlo incontrato lungo il percorso. Tra questi c’è Benjamin, un trentenne conosciuto mentre pescava da un ponte, con cui è nata un’amicizia alimentata dalla comune passione per l’avventura. Insieme hanno trascorso diverse serate davanti al fuoco, cucinando il pesce appena pescato. Oppure Joaquine, ventidue anni, incontrato mentre attraversava la Norvegia su una Graziella, diretto in Germania per raggiungere la fidanzata.

Incontri diversi, durati a volte poche ore, altre qualche giorno, ma diventati parte del viaggio tanto quanto i luoghi attraversati.

Quando la strada si fa dura

C’è stato un momento in cui tutto ha rischiato davvero di fermarsi: a Berlino, quando la bicicletta si è rotta.

Enrico è dovuto tornare in aereo a San Felice sul Panaro per procurarsi una nuova bicicletta e, non appena possibile, è ripartito in treno verso Berlino. Sono stati pochi giorni, ma molto intensi, trascorsi dormendo e mangiando pochissimo, con un unico pensiero: riprendere il viaggio dal punto in cui si era interrotto.

Una volta recuperati tenda e attrezzatura, ha caricato tutto sulla nuova bicicletta e la mattina successiva è ripartito. Quel giorno ha percorso 148 chilometri quasi senza accorgersene. A metterlo nuovamente alla prova sarebbe stata, poco dopo, la Finlandia.

Proprio lì si è ritrovato per due giorni all’interno di una zona completamente immersa nei boschi, ha forato quattordici volte e ha dovuto gestire con attenzione le pochissime provviste che aveva con sé: una borraccia d’acqua e un Mars diviso in quattro piccole porzioni. Intorno, laghi, zanzare, renne, alci, volpi e persino cartelli che vietavano di campeggiare in alcune zone per la presenza di vipere.

Sono stati anche questi momenti a fargli capire quanto viaggiare in bicicletta gli permettesse di vivere ciò che lo circondava in modo diverso. Pedalando ha avuto il tempo di osservare con calma, percepire i profumi della natura e sentirsi davvero parte dei paesaggi attraversati. Sensazioni che, in macchina o in moto, non avrebbe potuto vivere con la stessa intensità.

Da Capo Nord alle Isole Lofoten

Davanti al globo di Capo Nord, dopo 4.711 chilometri percorsi da San Felice sul Panaro, Enrico si è commosso. Un’emozione immensa, arrivata dopo settimane di bicicletta, pioggia, vento e imprevisti, ma anche di incontri, scoperte e soddisfazioni.

Capo Nord ha segnato anche l’inizio di un nuovo capitolo dell’avventura. Roberta lo ha raggiunto a Honningsvåg e, da quel momento, hanno proseguito insieme verso le Isole Lofoten. Enrico ha rallentato il ritmo, passando dai circa cento chilometri al giorno a tappe di 45-50 chilometri e adattandosi a una dimensione del viaggio completamente diversa. In venticinque giorni hanno percorso insieme circa 1.200 chilometri.

Hanno trascorso la maggior parte delle notti in campeggio ma, quando il posto lo permetteva, direttamente sulla spiaggia, a pochi passi dal mare. La sera cercavano la legna per accendere un fuoco, perché il freddo si faceva sentire, con temperature che scendevano fino a sette o otto gradi. Il fuoco diventava così il modo più semplice per scaldarsi e concludere la giornata, accompagnati dal rumore del mare.

Tra le immagini che Enrico porta con sé di quei giorni c’è una passerella di legno che attraversa la montagna e si apre improvvisamente sul fiordo, uno di quei luoghi in cui si è sentito completamente immerso nella natura. E poi c’è il ritorno a Capo Nord insieme a Roberta: quando sono arrivati davanti al globo, il cielo era scuro e coperto, ma nel giro di pochi minuti le nuvole si sono aperte lasciando spazio al sole. Un momento inatteso, che ha reso ancora più speciale un luogo già carico di significato.

 

Non solo luoghi

Dei luoghi attraversati Enrico ha portato con sé paesaggi, profumi e silenzi, ma ciò che lo ha colpito più di tutto è stata l’ospitalità incontrata lungo il percorso.

Gli è capitato più volte di raggiungere abitazioni isolate e chiedere semplicemente la possibilità di montare la tenda in giardino. Gli abitanti del luogo si sono sempre dimostrati disponibili e, una volta conosciuto il progetto “Una Pedalata per la Vita”, spesso hanno cercato un modo per dare il proprio contributo: c’era chi gli offriva una stanza, chi gli applicava un prezzo di favore, chi semplicemente gli dava una mano.

Oggi, quando riguarda le fotografie o racconta la sua avventura, l’emozione torna immediatamente.

«Mi manca tutto. Ripartirei subito. Là ho lasciato il cuore.»

Gli mancano la strada, i paesaggi, gli incontri inaspettati e quella quotidianità fatta di chilometri all’aria aperta. Tornare a casa, però, ha significato anche ritrovare quei piccoli piaceri che durante il viaggio gli erano mancati: una pizza, gli gnocchi fritti, le tigelle.

Adesso, con l’arrivo dell’inverno, Enrico ha deciso di fermarsi per un po’. Nel cassetto resta l’idea di raccogliere i suoi viaggi in un libro, ma c’è già spazio per pensare al prossimo viaggio, magari questa volta insieme a un gruppo di compagni.

E proprio dopo aver ripercorso con lui quasi 6.000 chilometri di strada, gli abbiamo chiesto quale consiglio volesse lasciare a tutti noi che lo abbiamo seguito:

«Fate quello che vi sentite e quello che credete di poter fare. Se ci credete davvero, la sfida la portate a termine. È la testa che ti dà la forza di andare avanti. Il fisico si abitua. Bisogna reagire, lasciare andare quello che è successo e guardare avanti.»

Prima di partire si era definito «un matto».

Gli abbiamo chiesto se confermasse ancora quella definizione, ha sorriso:

«Ancora di più. Sono molto più di un matto.»

E, dopo aver ascoltato il racconto di tutto ciò che ha vissuto, non possiamo che dargli ragione.

 

La fine della strada
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